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Cultura & Psicoanalisi

Il lutto ai tempi del Coronavirus

Pubblicato il | Attualità

di Silvia Merante

Sono 1.925.811 i casi di contagio nel mondo. Il dato è del Coronavirus Resource Center della John Hopkins University. I decessi legati al Covid-19 sono 119.818, 458.565 le persone ricoverate con sintomi della malattia. Questi sono i dati oggi, nel momento, in cui sto scrivendo. Riecheggia nelle mie orecchie la frase shock di Boris Johnson: "Molte famiglie perderanno i loro cari prima del tempo".

Tra le pareti di casa mia le notizie e le immagini mi invadono...mentre sfila una processione di carri militari che trasportano bare...sono finiti i posti per i cadaveri!

Mi faccio una semplice domanda,

oggi possiamo piangere i nostri cari?

Si muore soli in reparti ospedalieri senza parenti che ci possano accompagnare o salutare. Non una bara su cui piangere, non una veglia, non un fiore da mettere su una tomba. Peggio ancora non un funerale, senza un rituale sociale, uno spazio in cui pensare e condividere la perdita subita.

Abbiamo letto molti articoli sul tema, nei quali si sostiene che l'elaborazione del lutto avviene attraverso delle fasi: la negazione, la disperazione, la rabbia, la consapevolezza della perdita subita e alla fine, nel migliore dei casi, la sua accettazione.

Freud in un suo breve saggio "Lutto e melanconia", fa una distinzione tra il lutto, come processo intrapsichico di elaborazione della perdita di una persona cara e la melanconia, un'impossibilità di fare tale elaborazione.

Freud scrive: "Il lutto è invariabilmente la reazione alla perdita di una persona amata o di un'astrazione che ne ha preso il posto, la patria ad esempio, o la libertà, o un ideale o così via". "La melanconia è psichicamente caratterizzata da un profondo e doloroso scoramento, da un venir meno dell'interesse per il mondo esterno, dalla perdita della capacità di amare, dall'inibizione di fronte a qualsiasi attività e da un avvilimento del sentimento di sé che si esprime in autorimproveri autoingiurie e culmina nell'attesa delirante di una punizione".

Lo sguardo di Gesù

Nel lutto con il tempo il dolore si affievolisce, così come il ricordo del defunto, "l'esame di realtà ha dimostrato che l'oggetto amato non c'è più" permettendo un processo verso la consapevolezza e l'accettazione della perdita.

"Comunque una volta portato a termine il lavoro del lutto, l'Io ridiventa in effetti libero e disinibito... Nel lutto il mondo si è impoverito e svuotato, nella melanconia lo è l'Io stesso". Nella melanconia "la libido divenuta libera non fu spostata su un altro oggetto, bensì riportata nell'Io... fu utilizzata per instaurare un'identificazione dell'Io con l'oggetto abbandonato. L'ombra dell'oggetto cadde così sull'Io che d'ora in avanti poté essere giudicato … come l'oggetto abbandonato".

Bollas nel suo libro "L'età dello smarrimento" ipotizza che la capacità di percepire la perdita fu stranamente deformata dalla Seconda guerra mondiale e che "si trasformò in uno stato di malinconia misconosciuto e inconscio: il lutto irrisolto si trasformò in disperazione, disorientamento e rabbia".

Per contro, nota come nella soluzione normopatica ai dilemmi posti dalla vita in quegli anni apparentemente sembrasse non esserci "alcun contatto con il dolore per la perdita di alcunché". Mi chiedo oggi, dopo tutte queste morti e queste perdite, come cambierà l'elaborazione del lutto? Potremo veramente piangere ed elaborare tutte queste morti?

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