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A Tor Bella Monaca non piove mai

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di Daniela De Filippis

"Voglio svoltà". "Non lo so, vojo fa' un magheggio. Faccio n’impiccio. Qualche cosa me 'nvento".

Parole come ritratto vivido ed efficace di un discorso che nasce da Roma ma ne valica i confini come narrazione di un contesto sociale e istituzionale povero ed inefficace.

Magari è questo l’intento di Marco Bocci, con il film A Tor bella monaca non piove mai, magari voleva dire che non se ne può più. E non è che non se ne possa più del Grande Raccordo Anulare, o dell’asfalto che crolla, degli alberi che cadono o dei mezzi che non funzionano. No.

Forse non se ne può più di chi non sa di Roma. Di chi non la racconta. Perché Roma è così tante cose che alla fine non sai più chi sei. E se non lo sai più, significa che puoi essere qualsiasi cosa, ed è questo che è Roma: tutte le possibilità.

Allora occorre raccontare ad un certo punto che Roma non è complicata. Roma è complessa. E ciò che è complesso può spaventare. È per quello che occorre saper accompagnare verso la complessità, “perché non diventi un gigante che ti culla tra le urla che non sente”, perché non diventi la Tor Bella Monaca in cui non piove mai. Marco Bocci ci prova, al suo esordio come regista, a raccontare una storia complessa, rendendola semplice ma al tempo accessibile. Raccontando di come tutte le possibilità possano diventare invece una strada senza via d’uscita. A tor Bella monaca e per ognuno di noi.

A Tor Bella Monaca non piove mai

La storia è quella di due fratelli, Mauro e Romolo, diversi ma uguali, il primo diplomato in attesa di un concorso pubblico, l’altro con precedenti penali e appena uscito di galera, ma entrambi a casa insieme ai genitori, e con figlia e compagna annesse nel caso di Romolo. Difficile trovare tutte le altre possibilità, quando ci sono i conti da far quadrare e viene a mancare anche la pensione della nonna, che se non respira più vuol dire che è morta. E con lei la possibilità di un respiro. I palazzoni, grandi come giganti, sentono tutto ma non restituiscono niente, con il rischio di esserne schiacciati. È la Roma che fa paura, la Roma indifferente.

È la Roma che è qualsiasi periferia del mondo in cui non c’è spazio per accogliere il pensiero, è ognuno di noi vittima più o meno consapevole di un svolta che non può essere pensata ma solo agita, quando non possiamo pensare a delle alternative.

È la Roma che come una madre dovrebbe essere in grado di contenere presupponendo, come direbbe Bion, che abbia confini psichici e uno spazio interno sufficiente per ospitare le proprie ansie, così come quelle ricevute nella relazione col proprio bambino; una madre quindi che abbia una propria, ben sviluppata capacità di contenere il dolore, di riflettere, di pensare e di comunicare quello che pensa in modo che sia significativo, che abbia un senso per il suo bambino, coesa interiormente, portando ad un ampliamento dello spazio mentale, allo sviluppo della capacità di creare significato, e anche all'evoluzione continua di una mente che può pensare in modo autonomo.

Ma se la madre è incapace di reverie, se non è in grado di contenere le angosce, il rischio è lo strutturarsi di personalità in cui predominano emozioni e sensazioni allo stato grezzo. Il film perciò, non necessariamente nell'intento dell’autore, si presenta più che come denuncia, come racconto, di vite in cui non sembra esserci una via d’uscita, in cui il pensiero è interdetto, perché Mamma Roma non sembra ascoltare il lamento dei propri figli, e la legge del paterno sembra essere anch'essa cieca e interdetta, uccidendo confini e valicando limiti, in un mondo in cui l’unica possibilità resta un ritorno all'identico.

Il filo narrativo seguito da Bocci si presenta come un racconto semplice e condivisibile, restituendo al potere della narrazione l’unica via d’uscita nella storia dei suoi protagonisti.

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