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Cultura & Psicoanalisi

Nessun luogo. Da nessuna parte

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di Daniela De Filippis

Karoline von Gunderrode e Heinrich von Kleist sono due poeti, nella realtà morti entrambi suicidi (lei nel 1806, lui nel 1811), cui l’autrice restituisce incontro e pensiero nella finzione letteraria del salotto di Joseph Merten, mercante di spezie e profumi, appassionato delle scienze e delle arti, dove si danno appuntamento personaggi illustri, poeti e scienziati dell’epoca romantica a cavallo di una Rivoluzione che va esaurendosi e l’inizio della Restaurazione.

Alieni alla conformità sociale, disadattati alle regole della buona società, i due poeti ci inoltrano al sentimento del perturbante che circola ma non può essere detto, alla paura dei vecchi capisaldi della società che sono messi in discussione e la difficoltà di indicare modelli alternativi, ovvero al lutto per ciò che non ci appartiene più e alla confusione e alla paura che accompagna ciò che non è ancora visibile. E se questi sentimenti non sono consentiti, se non possono essere detti, se non è lasciata la libertà necessaria per portare una trasformazione a compimento, il rischio è di restare sospesi nel tentativo anacronistico di ritornare ad una condizione precedente per sfuggire all'angoscia dell’ignoto. O peggio ancora di morire suicidi.

Lo stesso testo che si pone al confine tra realtà e fantasia, portando agli occhi del lettore qualcosa fino ad allora considerato fantastico, assumendo pienamente, con le parole di Freud, la funzione e il significato di ciò che simboleggia, espone ad un effetto perturbante. Nessun Luogo, Da Nessuna Parte rivolge lo sguardo a un momento di passaggio forte e caratterizzante la storia umanistica tedesca, ma più probabilmente restituisce le parole per dire dei momenti di passaggio e cambiamento della storia di ogni individuo nei diversi momenti significativi della sua vita, in cui la trasformazione ha bisogno di essere raccontata, pensata, accompagnata. In cui si ha bisogno di un altro, dell’altro, di uno spazio di incontro: “Per completarmi, penso talvolta, avrei bisogno di tutto il resto dell’umanità”.

Con molta delicatezza e altrettanto ardore, l’autrice trova le parole per dirlo:

Si scrutano senza maschere. Sguardi nudi. Si espongono, tentano. Il sorriso, prima in lei, poi in lui, canzonatorio. Prendiamolo come un gioco, anche se è una cosa seria. Tu lo sai, io pure lo so. Non avvicinarti troppo. Non stare troppo lontano. Nasconditi. Smascherati. Dimentica quel che sai. Conservalo. Maschere cadono, incrostazioni, smalti. La nuda pelle. Lineamenti non contraffatti. Il mio volto sarebbe questo. Questo il tuo. Fin nel profondo diversi. Fin nel profondo simili. Donna. Uomo. Parole inutilizzabili. Noi, ciascuno prigioniero del suo sesso. Il contatto, di cui sentiamo un desiderio infinito, non c’è. È stato ucciso con noi. Dovremmo inventarlo. Nei sogni ci si offre, trasfigurato, spaventoso, distorto in una smorfia. l’angoscia alle prime luci del giorno, dopo il risveglio precoce. Restiamo inconoscibili a noi stessi, inaccessibili, ansiosi di travestimento. Nomi estranei che ci attribuiamo. Il lamento ricacciato in gola...

 

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