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ASSOCIAZIONE GRADIVA
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"Real doll". Una personificazione di aspetti della personalità e possibili trasformazioni

Questo lavoro prende l’avvio dalla visione del film Lars e una ragazza tutta sua (Gillespie, 2007) di cui seguirò la trama per collegarmi ad alcuni concetti teorici e riflessioni nate dalla proiezione.

Il personaggio principale, Lars Lindstrom, è un ragazzo introverso con un’inesistente vita sociale, fa un anonimo lavoro d’ufficio e va spesso in chiesa. Vive nel garage di fronte alla casa di famiglia dove abitano il fratello Gus e la cognata Karin, in un piccolo paesino del Wisconsin; uno di quei posti popolati da americani di origine scandinava in cui sono tutti religiosi e soprattutto ognuno sa i fatti di tutti gli altri. L’ambientazione e i paesaggi, che si gelano in inverno e si disgelano con l’arrivo della primavera, sembrano rispecchiare il percorso emozionale di Lars; rappresentano il suo blocco emotivo, le sue emozioni ghiacciate, che con lo scorrere delle vicende, sembrano scongelarsi.

Già dalle prime scene viene evidenziata l’incapacità del protagonista di relazionarsi e di comunicare con gli altri, che si esprime nella paura del contatto fisico vissuto come “un’ustione, come quando sei in mezzo alla neve e non senti più i piedi, rientri in casa e ti si scongelano”.

La cognata Karin, preoccupata dell’isolamento in cui egli vive, insistentemente lo invita a passare più tempo con loro, inviti sempre gentilmente rifiutati. Una mattina in ufficio, un collega mostra a Lars un sito web delle “real doll”, bambole a grandezza naturale, in puro silicone e anatomicamente perfette. Passa qualche settimana, e il postino scarica nel garage una cassa di legno di grandi dimensioni. La sera stessa Lars si presenta a casa del fratello dicendo di avere un ospite, una ragazza conosciuta via internet che non parla bene la loro lingua. Lars chiede loro di ospitare la ragazza, dal momento che è molto religiosa non è opportuno stare da soli nel garage. Il fratello e la cognata entusiasti, e ancora increduli, accettano.

Gus e Karin rimangono però letteralmente senza parole quando conoscono Bianca: una “real doll” con tanto di minigonna e calze a rete. Lars presenta “la sua ragazza” come una missionaria, allevata dalle suore, che si è presa un periodo sabbatico per fare esperienza nel mondo. Viene dai tropici, è mezza brasiliana e mezza danese, costretta su una sedia a rotelle. Durante la cena Lars le parla e la nutre, mangiando ciò che le mettono nel piatto, come se fosse una persona reale. Il fratello, sconvolto e preoccupato che Lars possa essere completamente e totalmente impazzito, decide con Karin di rivolgersi alla dottoressa Dagmar, medico di famiglia con una laurea in psicologia. La mattina seguente, la dottoressa diagnostica a Bianca “un problema” e propone di vederla tutte le settimane per un trattamento. La dottoressa spiega a Gus e a Karin che Lars non è né psicotico, né schizofrenico, ma “sta vivendo una realtà distorta” e che “la malattia mentale, non è necessariamente qualcosa di negativo, potrebbe essere un modo per comunicare o elaborare qualcosa”.

Bianca potrebbe, infatti, rappresentare il gemello immaginario di cui parla Bion (1950), una personificazione delle parti scisse della personalità; parti frammentate, separate e vissute come gemello fantasticato. Bion descrive le situazioni emotive in cui la mente psicotica deposita le parti scisse (elementi beta) nell’altro, e le personifica attraverso la formazione di un alter ego, di doppi, di sosia immaginari (Gaburri, Ambrosiano, 2003).

L’esistenza della fantasia di un gemello immaginario può rappresentare un meccanismo difensivo di personificazione di frammenti della personalità, proiettati. Questo meccanismo di difesa ha lo scopo di gestire il timore dell’oggetto vivo, che non può essere controllato o simbolizzato, e può diventare minaccioso, provocando angosce di separazione ed esclusione.

Ne consegue che la personificazione si può considerare come l’espressione di un miglioramento della capacità di simbolizzazione del soggetto e quindi come la possibilità “di delineare un esito positivo alla sua analisi” (Lopez Corvo, 2002), o, ancor meglio, come una possibilità che la dimensione intrapsichica del paziente trovi una modo per esprimersi e per comunicare sia come forma dialogica interna sia come forma narrativa (Notarbartolo, 2008). In realtà l’uso del termine personificazione va ricondotto al lavoro di Klein, la quale intuì che i bambini in analisi percepivano giocattoli, strumenti, disegni, come personaggi reali o fantasticati, e che essendo incapaci di sviluppare il transfert in senso classico, cioè di utilizzare oggetti del presente per rappresentare i conflitti del passato, utilizzavano questi elementi della realtà esterna per personificare, non per rappresentare, i propri oggetti interni (Notarbartolo, 2008).

Si tratta di un’esteriorizzazione di oggetti interni che può avvenire in luogo del transfert. Questa esteriorizzazione segnala l’emergere di un proto-pensiero che fa da spartiacque tra la dimensione indifferenziata della mente e la formazione di nuclei di identità differenziata.
(Gaburri, Ambrosiano, 2003)

Iniziano gli appuntamenti di Bianca dalla dottoressa Dagmar, la quale intuisce che in Bianca si condensano i vissuti dolorosi e traumatici, difficili da contattare, che hanno caratterizzato la vita Lars. Bianca ha perso entrambi i genitori quando era ancora una bambina; la madre è morta al momento della sua nascita, proprio come è accaduto a Lars, che poi è cresciuto con un padre depresso ed un fratello che presto è andato via di casa. La dottoressa sembra intuire che l’elemento scatenante è stato la gravidanza di Karin: Lars è terrorizzato dalla possibilità che la catastrofe, già avvenuta, possa ripetersi.

Lars, non tollera il contatto fisico, sembra incapace di vivere esperienze emotive e la relazione con l’Altro, per farlo è ricorso ad una personificazione: Bianca. Il vuoto per la morte della madre e l’incapacità del padre nel far fronte alla situazione di lutto possono far ipotizzare una mancata rêverie ed un fallimento nello sviluppo della funzione alfa. L’assenza di un adeguato contenimento delle esperienze emotive e del dolore, sembra aver impedito a Lars il contatto con questi suoi aspetti e prodotto una sorta di congelamento. Infatti “la genesi del gemello immaginario, personificazione di parti di sé scisse, segrete e clandestine, va ricondotta a dei vuoti nella relazione primaria, che questa fantasia tenta di colmare aggregando una nubecola di elementi beta” (Gaburri, Ambrosiano, 2003).

La base di un senso di integrazione, stabilità, sicurezza interiore, secondo Klein, è la conseguenza dell’introiezione “di un oggetto buono che ama e protegge il Sé”. Klein aveva ipotizzato l’esistenza di un Io primitivo che si trova a dover affrontare un problema emotivo di grande portata: il rapporto con il seno materno. Nel bambino l’assenza del seno provoca un vissuto emotivo di rabbia e paura, che vengono proiettati dall’Io nel seno materno, che tende così a diventare un oggetto persecutorio. Compito dell’Io è quello di tenere separati gli impulsi “distruttivi” da quelli “buoni”, e salvaguardare così l’immagine di un seno buono e accogliente. Questo fine è raggiunto dall’Io primitivo del bambino tramite un’operazione mentale inconscia, consistente nel separare, all’interno di se stesso, parti buone e parti cattive, e nell’attribuire le parti cattive al seno materno che risulta, così scisso, nella parte cattiva, aggressivo e persecutorio. Questo meccanismo di difesa, definito identificazione proiettiva, è stato inteso da Klein come una fantasia onnipotente per mezzo della quale è possibile l’espulsione di parti scisse del Sé in un’altra persona, o in una parte di essa, che viene identificata con le parti proiettate, col conseguente impoverimento di parti dell’Io, che in tal modo vengono trasportate dall’interno all’esterno dell’individuo e quindi a lui sottratte.

Ad essere proiettati nel seno sono anche i sentimenti e gli oggetti buoni, che creano il seno ideale. A questo punto se le esperienze sono sufficientemente positive, il bambino fantastica di “rimettere” al proprio interno il seno ideale e le funzioni psichiche ad esso connesse, determinando un arricchimento stabile del proprio Io e lo sviluppo di oggetti interni benevoli, che sono “il fondamento stesso della salute mentale”.

Bion, diversamente da Klein, considera l’identificazione proiettiva non come una semplice fantasia, operante all’interno della mente del soggetto, ma come un meccanismo messo in atto per comunicare le proprie esperienze emotive, che opera piuttosto con gli oggetti esterni che con gli oggetti interni.

Sin dall’inizio della vita, il bambino non solo proietta nella madre i suoi elementi interni, ma più precisamente si comporta in modo da suscitare il lei la presenza di quelle sensazioni spiacevoli che egli non intende avere perché non sa tollerare, e di cui vuole sbarazzarsi: la rêverie materna, “lo stato mentale aperto alla captazione di tutti gli elementi provenienti dall’oggetto amato, quello stato cioè capace di recepire le identificazioni proiettive del bambino, indipendentemente dal fatto se costui le avverta come buone o come cattive” (Bion, 1962), viene dunque a porsi come l’altro polo, il reciproco dei fenomeni proiettivi del bambino. 
Inoltre, evidenziando, rispetto a Klein, la funzione elaborativa e di contenimento che ha la madre nei confronti di quelle esperienze emotive che il bambino non sa sostenere, Bion aveva richiamato l’attenzione sul ruolo che anche l’oggetto della proiezione deve assolvere, affinché l’identificazione proiettiva diventi non un semplice evento evacuativo, ma uno strumento di comunicazione e di sviluppo conoscitivo. Ha sottolineato come tale oggetto debba possedere sia la capacità di accogliere e trasformare gli elementi, senza lasciarsene travolgere; sia, una volta resi più tollerabili, quella di restituirli al soggetto (il quale potrà così gradualmente introiettarli, sotto forma di oggetti interni stabili o funzioni mentali acquisite, come la funzione alfa).

Questo approfondimento teorico dell’originario concetto kleiniano è servito in seguito, a Bion, per astrarre da esso l’idea di una relazione dinamica tra un contenitore in cui viene proiettato qualcosa, e un oggetto-contenuto che può essere proiettato nel contenitore. Per Bion la configurazione della relazione contenitore-contenuto rappresenta il meccanismo-base generatore del pensiero (Bertolone, Correale, De Spuches, Fadda, 1994).

Utilizzando l’analogia di Bion tra la digestione fisiologica e psicologica, è come se la dottoressa Dagmar (contenitore) attraverso un lavoro di alfa-rêverie avesse potuto accogliere e metabolizzare gli elementi beta, contenuti caotici e bizzarri, per poi restituirli a Lars in una forma digeribile come elementi alfa. Il lavoro di rêverie può così creare le premesse per lo sviluppo della relazione contenitore-contenuto, che “costituisce la base di un apparato per apprendere dall’esperienza” (Bion, 1962).

Nel frattempo Karin e Gus, seguendo il consiglio della dottoressa, si rivolgono ad alcuni rappresentati della comunità, i quali dopo iniziali resistenze accettano di aiutare Lars. Vediamo quindi l’intera comunità mobilitarsi per accogliere Bianca, che diventa un’amica e una confidente per gli abitanti del paesino molto disponibili con lei: la lavano e la vestono, la vanno a prendere e la riportano a casa, l’accompagnano al lavoro, dal parrucchiere.

Nella comunità sembra succedere ciò che soleva dire Corrao (in Mobasser, 1997): “Così anche può accadere che una persona considerata assolutamente razionale, controllata, non pazza, non psicotica, nella situazione di gruppo pazzia, anzi una delle regole di procedura del piccolo gruppo, all’inizio, si sa benissimo qual è: che cosa dobbiamo fare? fare un discorso e pazziare un po’ insieme”.

L’agenda di Bianca presto diventa piena di impegni: viene accolta anche in chiesa, va a messa tutte le domeniche, posa per una boutique due pomeriggi a settimana, fa la volontaria in ospedale con i bambini pazienti oncologici. E così a poco a poco Bianca non è più “una ragazza tutta sua”, ma un oggetto che veicola la condivisione nel gruppo.

La condivisione del dolore e della “follia” di Lars all’interno della comunità, ha permesso l’emergere di una condizione in-comune (ti koinon), una comunanza (koinonia), cioè una relazione arricchente tra più individui “che mette insieme pensieri, emozioni ecc. dei vari individui costituenti l’insiemità del gruppo” (Corrao, 1995). Ciò sembra contribuire ad un esito positivo dell’evolvere delle esperienze emotive di Lars.

Possiamo pensare che nella comunità-gruppo abbia operato l’attivazione della funzione gamma. Come la relazione con la dottoressa, attraverso il lavoro di rêverie e di contenimento, ha riattivato la funzione alfa di Lars, così la presenza della comunità-gruppo sembra aver promosso lo sviluppo della funzione gamma.

Nel gruppo analitico per i fenomeni di depersonalizzazione concomitanti, si verifica una attenuazione o sospensione di tutte le funzioni attive della personalità e specificatamente della funzione alfa. Di conseguenza il campo extra-personale dei soggetti, cioè il campo gruppale, viene progressivamente invaso da elementi emozionali bruti e concreti (elementi beta).

Corrao postula l’esistenza di una funzione gamma intesa come una variabile incognita, che si può definire l’analogo simmetrico, nella struttura di gruppo, di ciò che rappresenta la funzione alfa nella struttura personale. La funzione gamma eseguirà quindi analoghe operazioni trasformative sugli elementi sensoriali ed emotivi ancorati al reticolo strutturale poliedrico generando in tal modo elementi gamma disponibili:
a) per la formazione di pensieri gruppali onirici, mitici, ecc.;
b) per la organizzazione di una barriera gamma atta a differenziare il conscio dall’inconscio nell’ambito della struttura gruppale” (Corrao, 1981).

Dal vertice del gruppo la funzione gamma opera trasformazioni che alimentano costantemente la funzione alfa individuale, seppure questo processo si attivi mediante la sospensione o meglio direi l’addormentamento momentaneo della funzione alfa. Immaginiamo nel gruppo una gestalt nella quale la funzione alfa e gamma si alternino in un intergioco figura-sfondo, la possibilità dei passaggi di primo piano di una o dell’altra funzione, nei quali l’addormentamento momentaneo di alfa permette l’emergenza di elaborazioni gamma in grado poi di potenziare la funzione alfa nei suoi membri. Un’adeguata oscillazione Gamma ↔ Alfa permette lo strutturarsi di un campo dove potranno essere accolti gli eventi e svilupparsi le trasformazioni analitiche attraverso le quali approdare alla costruzione di un contenitore gruppale adatto a ri-significare le esperienze vissute.
(Corrente, 1999)

Secondo Corrente la funzione del gruppo-vicino-circostante alla coppia madre-bambino è quella di creare un ambiente caldo di sostegno, di sicurezza e di gamma-rêverie necessario ad operare le trasformazioni gamma utili per lo sviluppo in alfa della coppia. La funzione gamma protegge e favorisce lo sviluppo di alfa.

Potremmo ipotizzare che ciò che Corrente descrive rispetto alla relazione fra la coppia madre-bambino e gruppo potrebbe essere applicato anche alla coppia dottoressa Dagmar-Lars e al gruppo-comunità. La comunità, trattando Bianca come una persona “reale” ha creato un ambiente di gamma-rêverie necessario ad operare le trasformazioni gamma utili per lo sviluppo in alfa della coppia dottoressa Dagmar-Lars. Inoltre le oscillazioni Gamma ↔ Alfa, hanno permesso lo strutturarsi di un campo dove sono state possibili delle trasformazioni, non solo per Lars ma anche per i membri stessi della comunità, promuovendo la costruzione di un contenitore gruppale adatto a ri-significare le esperienze passate.

Lars e Gus riusciranno a ricucire il loro rapporto e ad affrontare il “non detto”. Gus farà i conti con il proprio senso di colpa, per essere andato via di casa troppo presto, per non essersi occupato di Lars e per averlo lasciato solo con il padre. Lars muoverà i suoi primi passi all'interno di un mondo che gli era del tutto sconosciuto, fatto di feste di compleanno ed uscite con gli amici. Sin dalle prime scene del film, avevamo visto un Lars buffo e impacciato nello schivare i tentativi di contatto della collega Margo; ma una sera Lars accetta per la prima volta di uscire con lei, trascorrendo una divertente serata al bowling.

Molte scene del film sottolineano il cambiamento e l’evolversi della capacità di Lars di entrare in contatto con l’Altro reale, prima temuto e rifiutato. Forse Lars è riuscito a reintegrare gli aspetti del Sé scissi e proiettati in Bianca, e ora sembra pronto a separarsi da lei.

In uno degli ultimi incontri con la dottoressa, Lars le confessa di aver chiesto a Bianca di sposarlo, ma alle congratulazioni della dottoressa, lui afferma: “lei mi ha detto no, oppure ha detto non lo so, o forse non ha detto proprio niente”.

Qualche giorno dopo, di colpo, Bianca s’ammala gravemente e viene portata all’ospedale. 
La notizia dell’aggravarsi delle condizioni di Bianca si diffonde velocemente e la comunità addolorata si stringe intorno a Lars. Bianca viene riportata a casa per passare l’ultima notte con Lars. La mattina seguente è una bella giornata, sta arrivando la primavera con il disgelo, ideale per una passeggiata tutti insieme al lago. Ma quando Gus e Karin si allontanano, Bianca muore. Tutta la comunità commossa parteciperà al funerale, in un’atmosfera di condivisione del dolore (koinodinia) (Corrao, 1986). La morte di Bianca sembra lasciare spazio ad una vita nascente in Lars, come ci suggerisce l’immagine finale del film. Di fronte alla tomba di Bianca, Lars chiede a Margo se le va di camminare un po’, lei accetta e si rivolgono lo sguardo sorridendo.

Nel momento dell’integrazione-separazione la personificazione coopera a una trasformazione del Sé, ad uno sviluppo del pensiero. Questi nuovi spazi aperti dall’integrazione di parti scisse riorganizzano il Sé attraverso il complesso intreccio di identificazioni e separazioni, di doppi speculari ora riconosciuti, dai quali ci si separa con una acquisizione di senso, come attraverso “un movimento di identificazione introiettiva, in cui una parte scissa, fino ad allora sconosciuta, viene integrata. La separazione si pone come esito di un processo introiettivo, che consente di lasciar andare, libero, il compagno-sosia, ma restituisce al protagonista la libertà di vivere le nuove dimensioni adulte svincolate da identificazioni adesive e mimetiche e da contro identificazioni critiche e rabbiose. L’introiezione di parti scisse comporta un distacco da vecchie identificazioni. Ciò apre ”un processo di lutto che genera un godimento della specificità delle proprie realizzazioni, non più intese come adempimenti di un ruolo consegnato” (Gaburri, Ambrosiano, 2003).

Autore dell'articolo

Silvia Merante

È Psicologa Clinica e Psicoterapeuta, Socio Associato IIPG, Presidente e Membro del Consiglio Direttivo dell'Associazione Gradiva.

ASSOCIAZIONE GRADIVA

Associazione di ricerca e intervento per l'interazione sociale in Psicologia Clinica e Psicoterapia

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