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Silenus

Funzione Paterna: da Edipo a Telemaco

 

“Fonte sgorga! Canta per lui! In ricordo dell’amore di tuo padre, che ti ama di un amore infinito.”

Queste parole sono l’inizio e la conclusione di un mosaico di frasi tratte dalla letteratura rabbinica che Jacob Freud dedica al figlio Sigmund, apponendole sulla Bibbia che gli dona in occasione del suo trentacinquesimo compleanno. La trasmissione della Bibbia di famiglia è il riconoscimento di una realizzazione: egli era diventato il figlio colto, erudito e forse il rabbi 1 che Jacob non era riuscito ad essere. Si trattava di un investimento affettivo non scevro di forti ambivalenze, che impongono da una parte un’"ideale" da raggiungere dall’altro riportano Sigmund al confronto con la realtà di un padre pavido e ignavo, da riscattare agli occhi degli altri.

Una contraddizione che porterà il fondatore della psicoanalisi ad interrogarsi sugli effetti del compiacere o contravvenire ad una legge paterna, predicata in un modo e praticata in un altro, fino a far risalire a questa funzione, a cui viene chiamato il genitore nel momento della nascita di un figlio, le logiche fondanti lo sviluppo sia del futuro individuo che della società.

In particolare quando il padre Jacob muore, Sigmund ne rimane sconvolto, sradicato, come se la lotta e la sfida, che inconsciamente aveva combattuto con lui, tornassero ad emergere. Inizia allora la sua autoanalisi e definisce L’Interpretazione dei sogni (1989) come un «brano della mia autobiografia, come la reazione alla morte di mio padre»2. L’autoanalisi lo conduce allo svelamento di quei conflitti inconsci, per cui se da un lato ricorda le speranze che il padre aveva sempre riposto in lui, lasciandolo libero nella scelta degli studi e delle sue credenze religiose, dall’altra, il padre che Freud ha conosciuto e interiorizzato, era anti-eroico e austero, un uomo che gli revocava la sua fiducia di fronte ad un’azione trasgressiva e mettendone in discussione l’onnipotenza infantile3.

Ne deriva un dubbio nevrotico, tra compiacenza ad un mandato di riscatto da una parte e identificazione con la viltà e l’inadeguatezza paterna dall’altra, che trova espressione in blocchi emotivi alla sua carica vitale e innovativa e in sintomi ansiosi, fobici e psicosomatici. Ciò che sembra determinarli è la contropartita del successo, che è per Freud il senso di colpa. Colpa di diventare migliore proprio di quel genitore che non vuole abdicare al suo potere.

Le proiezioni paterne che si allungano su Freud diventano così vischiose e d’impaccio ad una sua libera espressione. Sembra allora che ciò che conduce alla nevrosi sia l’intensità di quegli affetti propri delle prime fasi dell’infanzia che intervengono a segnare la personalità dell’individuo.

Nella generalità dell’evento risiede per Freud la persistente attrazione per il mito di Edipo, colui a cui la leggenda attribuisce l’uccisione del padre Laio e l’amore incestuoso per la madre Giocasta. Interrogando la tragedia di Sofocle si può notare infatti come la costellazione classica del complesso d’Edipo ben si presta a descrivere quel vissuto intrapsichico profondo del bambino che si trova inserito in un sistema triangolare di relazioni familiari regolate da divieti e possibilità, in ragione del ruolo di ciascuno. La proibizione dell’incesto, culturalmente trasmessa dal padre, impedisce l’intimità proprio con i primi oggetti d’amore. Dai 3 a i 5 anni l’onnipotenza infantile incontra il limite del divieto e il desiderio del bambino di prendere il posto del padre gli fa temere la rappresaglia ma, poiché il rivale è allo stesso tempo oggetto d’amore, il desiderio di sopraffarlo scatena l’angoscia di perderlo. Il bambino accetta pertanto l’instaurarsi del regime paterno come prototipo del principio di realtà. La rinuncia ai desideri, amorosi e ostili, può avvenire attraverso un’identificazione con i genitori e con l’interiorizzazione del divieto (Freud,1913). In questo senso un padre troppo debole quanto uno troppo severo possono, in questa delicata fase, alimentare le rappresentazione di un sé rispettivamente adesivo oppure punitivo e vendicativo.

Se questa analisi freudiana ben si allinea allo sviluppo anche fisiologico del bambino maschio, più vorticosa risulta il destino psicosessuale della bambina che, e per sommaria corrispondenza, sarebbe caratterizzato dall’invidia del pene anziché dall’angoscia di castrazione.

Quello che possiamo trattenere di queste intuizioni è che nell’inconscio di soggetti di entrambi i generi persiste un desiderio del corpo e dell’immagine materna, dell’oggetto mancante. «Amore è nostalgia» afferma Freud ne Il Perturbante (1919) e, in seguito specificherà nel Compendio (1938), «nostalgia della madre». Il padre dovrebbe trascinare via da questa bramosia e spingere a non farsi catturare dal richiamo bruciante del ritorno al corpo materno, per spingere così a guardare avanti e a crescere.

Perché? Che funzione ha il padre?

Autori successivi parlano del pensiero del bambino che emerge e si forma proprio nell’assenza dell’oggetto materno e in questo il contributo della terzietà paterna diviene fondamentale, soprattutto nell’aiutare il figlio a tollerare la frustrazione di questa assenza.

Green4 ad esempio afferma che il sentimento della mancanza riguarda quegli affetti che hanno perduto il proprio oggetto, da cui erano stati generati e verso cui sono diretti. In risposta a tale assenza, il simbolo sorge come sostituto che connette l’affetto al suo oggetto, coprendo con le parole la distanza che li separa. Rimane così all’individuo il simbolo che gli permetterà di pensare l’oggetto e spostare l’affetto su un rappresentante.

Il padre acquisisce così la funzione di impedire al figlio il ritorno ad una condizione fetale indefinita e si fa carico di bonificare l’area di accoppiamento e di ampliarla, cioè che “sa prendere su di sé la morte” per consentire la vita (Fornari, 1981)5. E’ cioè un padre che separa, miticamente la madre dal figlio, assumendo su di sé il compito di contenitore di entrambi e di garante della loro sopravvivenza (Fornari, 1983). Ma la funzione del padre è soprattutto quella “di unire e non opporre il desiderio alla Legge” intendendo con questo che la condizione più umana è quella che fa i conti con il senso del limite, che è ciò che non inganna.

Recalcati6 partendo dall’epilogo del testo-testamento di Freud, Compendio di psicoanalisi (1938), propone un’interpretazione più attuale della funzione paterna. In quest’ultimo testo Freud cita una celebre frase di Goethe: «ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo se vuoi possederlo davvero»7. Viene qui ripreso dunque il concetto della conquista e della soggettivazione di un’eredità. Secondo l’autore il nostro tempo non è più sotto il segno di Edipo, ma sotto quello di Telemaco. Edipo sperimenta il padre, presenza fisica, ingombrante e censoria, ostacolo alla realizzazione del suo soddisfacimento, Telemaco non sperimenta il conflitto con il padre, piuttosto attende il padre come colui che potrà rimettere ordine nella sua casa e nella sua terra invasa dai Proci.

Telemaco, figlio di Ulisse nell’Odissea, non aveva mai conosciuto il padre. Quest’ultimo gli appare solo nella forma dell’assenza e dell’attesa.

«Oggi i padri contano solo per coloro che non li hanno» dice il protagonista adolescente dell’ultima serie di Guadagnino. Quello che manca è l’assenza del senso della Legge, intesa come percezione di ciò che è impossibile. In questo modo tutto diventa potenziale o dell’ordine del possibile, nebuloso e poco certo. L’unico modo per non vagare nella nebbia di felliniana memoria, non è quello di ricevere passivamente quella indistinta eredità, suggerisce l’autore, ma è necessario un movimento soggettivo di riconquista. Un doppio tempo dove fare proprio ciò che era già nostro.

Tale movimento dell’ereditare può fallire attraverso due modi fondamentali: uno di destra e uno di sinistra.

Quello di destra avviene assimilando l’eredità alla mera ripetizione di ciò che è già stato con un eccesso di identificazione, di incollamento, di alienazione e assenza di separazione. E’ la nevrosi che tende ad interpretare l’eredità come fedeltà assoluta al proprio passato e come infantilizzazione del soggetto. «Per ereditare davvero non si può sostare molto vicino a ciò che il morto ci ha lasciato» (Recalcati, 2012). Freud scriveva che la memoria del nostro passato è fondamentale, tuttavia essa può dare luogo ad una fissazione che finisce per abrogare la plasticità della pulsione, persistendo nell’adesione fissata all’oggetto perduto. Prima di loro anche Nietzsche (1874) si era chiesto quando il pensiero del passato diventi dannoso per la vita, rispondendosi che ciò avviene «quando il sapere storico, il sapere del passato non serve la vita ma la vita diviene serva del sapere storico».

L’altro modo di fallire l’eredità è quello di sinistra, che prevede la recisione del legame con il passato, della cancellazione del debito simbolico che accompagna la nostra provenienza. Di un tempo dominato dal rifiuto della dipendenza e ricerca di una libertà che si vorrebbe assoluta e priva di limiti e che sostiene l’illusione che il soggetto sia una sorta di genitore di sè stesso. La condizione della libertà rimane l’esperienza del limite, scriveva Freud.

Il padre dovrebbe quindi trasmettere l’eredità non quando mostra di detenere l’ultima parola sul senso del mondo, ma quando sa proporre una soluzione singolare, quella che egli stesso ha trovato nella vita per tenere insieme legge e desiderio. Recalcati parla della paternità come una responsabilità senza proprietà, quindi un atto d’amore.


Note

[1] Sembra che Jacob avesse un padre e un nonno qualificati come "rabbi", cioè uomini colti. La Flem (1986) afferma che egli, però, non ebbe mai tale titolo, anche se conosceva lo yiddish e l’ebraico.

[2] Freud, S. (1908) Prefazione alla seconda edizione di L’interpretazione dei sogni (1989), in Opere, vol.3, Boringhieri, Torino, p.5.

[3] Si fa riferimento a diversi episodi riportati da Freud stesso nel L’Interpretazione dei sogni: uno è legato ad un racconto del padre Jacob nel quale l’uomo, dinnanzi ad un cristiano che gli aveva buttato nel fango il berretto e imposto di scendere dal marciapiede, lo raccolse senza ribellarsi (Freud, 1989, p. 186). L’altro è così descritto da Freud: «quando avevo sette o otto anni […] una sera prima di andare a letto, trasgredii il comando della discrezione di non fare i miei bisogni in presenza dei genitori nella camera da letto, e mio padre nella sua ramanzina commentò:“da questo ragazzo non verrà fuori niente”» (p.203, ibidem).

[4] Green, A. (1991). L’originario nella psicoanalisi. In L. Preta (Ed.), La narrazione delle origini (pp. 133-178). Roma-Bari: Laterza.

[5] Il codice vivente (1981).

[6] Recalcati M. (2012) Imago Patris: fallimento e realizzazione dell'eredità, in Eredi. Ripensare i padri, I. Dionigi (a cura di); Bur Saggi-Rizzoli, Milano 2012.
Recalcati, M. (2013) Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre. Feltrinelli Editore, Milano.

[7] Infatti solo a settantotto anni, nel 1934, di fronte al dirompente trionfo del nazismo, Freud decide che è giunto il momento di scrivere il suo libro ebraico, forse come postuma riconciliazione con il padre, riscatto dal senso di colpa e “ritorno del rimosso”. Egli probabilmente avvertiva meno rischioso quello iato che lo aveva mantenuto distante dal padre, quasi che l’identificazione con lui da vecchio, potesse essere meno conflittuale di quella dei tempi precedenti.

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