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ASSOCIAZIONE GRADIVA
lo scafandro e la farfalla

Lo Scaphandre et le papillon: cronache dal terzo occhio

Il nero dello schermo, il buio. Charles Trenet canta «La mer qu'on voit danser le long des golfes clairs a des reflets d'argent», voci indistinte, uno sbattere di ciglia, suoni, la luce, una visione non nitida, una stanza d'ospedale, il viso di un'infermiera, di un medico...il risveglio. La macchina da presa vede con gli occhi di Jean-Dominique Bauby, quelli fisici, in soggettiva, attacchi frontali ai personaggi, primi piani intensi. Il battito delle palpebre sostituisce il montaggio, consente lo stacco da un'inquadratura ad un'altra.

Jean-Do vede, sente, pensa, parla: "Oh mio Dio! Non posso parlare!Cosa succede?". Ma gli altri non lo sentono. È locked-in, chiuso dentro, interamente paralizzato.

È tutto in soggettiva, "Lo scafandro e la farfalla". Lo è in senso lato, e anche forte: il "narratore" è il punto di vista di Jean Dominique, il suo sguardo sulla vita che gli sfugge. E lo è anche in senso stretto: la regia sceglie di mantenere quasi sempre quel punto di vista, come se il suo occhio fosse l'occhio stesso del protagonista, suo malgrado.

Così l'incertezza del risveglio in ospedale diventa la nostra incertezza, e la sua angoscia la nostra angoscia.

Il film racconta la storia vera di Jean-Dominique Bauby, caporedattore della famosa rivista "Elle", da cui il pittore neoimpressionista newyorkese degli anni '80 Julian Schnabel e lo sceneggiatore Ronald Harwood hanno tratto "Lo scafandro e la farfalla" (Le scaphandre et le papillon, Francia e USA, 2007, 112').

Jean-Dominique aveva vissuto i suoi primi 43 anni da re dell'alveare. Era un uomo brillante, spregiudicato, amante delle donne e delle auto sportive. Due figli dalla ex moglie, un rapporto conflittuale con la donna con cui conviveva, era l'emblema dell'uomo moderno, frenetico, e apparentemente sicuro di sè.

Nel pieno vigore dei suoi anni gli accade il fatto che stravolge la sua vita: nel 1995 viene colpito da un ictus, entra in coma per venti giorni, cambia la sua vita per sempre. Il coma, il risveglio, la sindrome "locked-in": una rarissima malattia degenerativa che blocca la totalità dei suoi arti, pur lasciandolo del tutto cosciente; mentalmente vigile, ma prigioniero dentro il suo corpo, in grado di comunicare solo attraverso il battito della palpebra dell'occhio sinistro. Bauby non si muove, non parla, per mangiare, per respirare ha bisogno di assistenza, di macchinari. Mentre la sua mente riprende a funzionare perfettamente; mentre rischia di impazzire. Murato vivo: ecco il dramma vissuto dal brillante giornalista nell'ospedale di Berck sur Mer, impossibilitato a comunicare.

Nel suo letto prima, e poi su una sedia, Jean-Dominique è prigioniero dei suoi muscoli inerti. Il suo corpo si è fatto pesante, chiuso. Una sorta di orrido scafandro lo tiene prigioniero in un mare opaco: «Contratte sul lenzuolo giallo, le mani, mi fanno soffrire senza che io arrivi a capire se sono bollenti o gelate. Per lottare contro l'anchilosi faccio scattare un movimento riflesso di stiramento che fa muovere braccia e gambe di qualche millimetro. Talvolta basta a dare sollievo a un arto indolenzito».

Ovvia sulle prime la disperazione e il desiderio di morte; infatti la malattia lo ha trasformato, lui così attento all’edonismo estetico ed etico, in un brutto tronco immobile, con la bocca storta, un occhio cucito e il resto del fisico sordo a ogni emozione.

Quale vita resta? Quale il senso di un'esistenza prigioniera e immobile? Quale libertà? Si chiede Jean-Do chiuso nel suo corpo, uno scafandro; ce lo chiediamo noi, entrando nella fatica dell'esistere e del comunicare. Quel che resta di Jean-Do è ancora umano? Il progresso delle tecniche di rianimazione che permette di vivere quando in passato si moriva è una speranza? "Questa è vita?" chiede Jean-Do al neurologo. Ma questo è un uomo? Pierre Russin, ostaggio per quattro anni a Beirut e sopravvissuto alla prigionia, va a trovarlo: "Essere preso in ostaggio non è così differente da ciò che lei vive. Stavo in una grotta molto piccola, al buio, era molto difficile respirare, la chiamavo la mia tomba".

Ed è ciò su cui riflette il padre di Jean-Do (Max Von Sydow): "Ho pensato a una cosa, ho pensato a noi nella stessa barca tutti e due, io sono bloccato in questo appartamento e non posso più salire o scendere le scale...prova un pò a scendere quattro piani a 92 anni. Lo vedi? Siamo tutti e due dei locked-in syndrom, tu prigioniero del tuo corpo e io del mio appartamento".

E forse serviva la luce dell'infermità a Jean-Do per scoprire la sua vera natura? Qual è la schiavitù? Quale lo scafandro? Jean-Dominique in fondo era già cieco e sordo.

Prima della malattia vive un'esistenza che si caratterizza come un susseguirsi di piccoli fallimenti: appena accennata la morte della madre, su cui non troppo si può dire, appena registrata, cui fanno seguito relazioni con donne che non ha saputo amare, "un abbozzo, un'ombra, un avanzo di papà" per i suoi due figli cui sono riservate le briciole di un uomo incapace di legami duraturi e significativi, occasioni che non ha saputo cogliere, istanti di felicità che ha lasciato volare via.

Sembra prigioniero di alcune parti di sé, di alcuni nuclei psicotici di una personalità pur sana e creativa, già murato all'interno di equilibri non sempre sani di un uomo, non un santo, difende se stesso con modalità non troppo evolute di far fronte alla difficoltà di tollerare frustrazioni che nella sua vita sembrano avere radici molto antiche.

E adesso la sorpresa. "Sono io?" Sembra uscito da un vaso di formalina. Questa è la sorpresa. Vedersi.

Evitando ogni pietismo funereo, ora Jean-Do può solo attaccarsi a ciò che fa di lui un uomo, che è la sola cosa che gli resta, per ricominciare o cominciare a vivere.

La realtà diversa, il sogno, il pensiero intervengono solo quando Bauby ricorre al "terzo occhio", quello dell'immaginazione e della memoria, riacquistando, in maniera pur virtuale l'uso della parola, imparando a parlare una lingua altra, provando a vincere l'assurdo che pretende d'averlo già vinto. E decide di non compiangersi mai più. A parte il suo occhio sinistro, altre due cose non sono paralizzate, la sua immaginazione e la sua memoria: "C’è tanto da fare. Si può volare nello spazio e nel tempo, partire per la Terra del Fuoco o per la corte di re Mida. Si può fare visita alla donna amata, scivolarle vicino e accarezzarle il viso ancora addormentato. Si possono costruire castelli in Spagna, conquistare il Vello d’oro, scoprire Atlantide, realizzare i sogni di bambino e le speranze di adulto. Fine delle divagazioni. Bisogna che inizi a comporre i diari di questo viaggio immobile, per essere pronto quando l’inviato del mio editore verrà a raccogliere il mio dettato, lettera per lettera. Nella mente mescolo dieci volte ogni frase, tolgo una parola, aggiungo un aggettivo e imparo il testo a memoria, paragrafo dopo paragrafo". Lo scafandro è il corpo e la farfalla il pensiero come unico mezzo a disposizione per trasformare la sua condizione. Laddove un bruco si nutre di foglie per crescere, la farfalla passa il tempo a succhiare il nettare dei fiori e ad accoppiarsi. Così Jean-Do non fugge dal mondo e dalla sua carnalità, per quanto niente più gliene sia concessa. Non chiede sconti al Dio dei miracoli. Se alla memoria gli torna un viaggio lontano a Lourdes è solo per ritrovare la bella donna che ce lo aveva portato. Ed è ironico, ironico come un Don Giovanni alle prese con la messa in scena del Convitato di pietra, quando un prete lo tenta. C'è tutto un convento di frati che pregano per me, gli dice, eppure lei può vedere come sono ridotto. Ma non c'è astio in queste sue parole. L'ironia resta ironia, senza cedere al sarcasmo. Senza miracoli, che non sia quello della sua disperata voglia di leggerezza, Jean-Dominique torna vivo, almeno per un pò. Senza miracoli, che non sia quello di una trasformazione creativa, che permette a Jean-Do di ricordare fatti, stati emotivi, rappresentazioni, di riscrivere la sua storia, di ridefinire la sua identità. Il film sottolinea molto bene che per ottenere questo “miracolo della normalità” in una situazione così eccezionale non è sufficiente l’impegno del paziente: quando crollano gli involucri dei falsi amici che lo ritengono un vegetale, dei falsi amori dell'amante atterrita che, per non vederlo così, non va a trovarlo, rimane l'amore del padre, dei figli, della madre dei suoi figli, dell'amico e delle donne che si prendono cura di lui. Spicca la figura della ex compagna Celine (Emmanuelle Seigner), che diventa il primo e più difficile punto di confronto di Bauby con il proprio ruolo di padre e compagno, e risulta fondamentale il trio di donne che rende possibile la stesura del libro: Henriette (interpretata daMarie-Josée Croze), foniatra, Marie (Olatz López Garmendia), fisioterapista, e Claude (Anne Consigny), ingaggiata dalla casa editrice dell'uomo. Indimenticabile anche Max Von Sydow nel ruolo del padre, costretto in casa da una malattia che gli impedisce di fare le scale. La farfalla non conta i mesi, ma gli attimi. Esce dall'involucro e Jean-Do riconosce in questo un uomo nuovo. E comunica. Senza la parola. Ora comunica, libero dalla parola. Con il battito delle ciglia - uno per il "sì", due per il "no" - Jean-Do comunicherà con il mondo. Henriette codificherà per lui un alfabeto, anch'esso del tutto nuovo rispetto a quello canonico, che rispetta l'ordine di frequenza delle lettere nelle parole in lingua francese. E' con questo sistema che Jean-Do scriverà "Le scaphandre et le papillon", libro da cui è tratto il film di Schnabel. Occorreranno circa 200.000 battiti di ciglio, due minuti per ogni singola parola e due anni lunghi e faticosi per dare vita alla sua farfalla, pubblicata nel 1997, due giorni prima della sua morte. Con il suo occhio Bauby scrive questo libro: per settimane intere, ogni mattina prima dell’alba, pensa e memorizza un capitolo che più tardi detta a una redattrice del suo editore. Così, da dietro l’oblò del suo scafandro, ci invia le cartoline di un mondo che possiamo solo immaginare, dove vola leggera la farfalla del suo spirito.

Lo stato Locked-in vissuto da Jean-Dominique Bauby può essere facilmente descritto come uno stato di profonda frustrazione e di assenza.

Jean-Do è murato vivo, è un prigioniero a Beirut, è un novantaduenne isolato nel suo appartamento al quarto piano: non può comunicare, non può parlare, non può muoversi e nessuno può sentirlo, nessuno può capirlo, non esiste un canale di comunicazione condivisibile tra il paziente e le persone che lo circondano: il suo rapporto con la realtà esterna è totalmente compromesso. L'esito sembra inevitabile. Lo scafandro è claustrofobizzante. Lo stato di frustrazione appare insopprimibile. La sua condizione si presta facilmente a rappresentare una metafora della condizione patologica vissuta da un paziente in uno stato di funzionamento psicotico, così come descritta da Bion in Analisi degli schizofrenici, alla luce della sua teoria del pensiero, in cui il processo di sviluppo del pensiero è bloccato, il rapporto con la realtà esterna alterato se non completamente assente, la possibilità di comunicazione carente.

Per Bion la capacità umana di pensare parte dalla capacità di tollerare il seno assente, il seno cattivo, qualcosa che non c'è, evitando al neonato che l'assenza si trasformi in un "terrore senza nome". Il bambino infatti proietterà nella madre le esperienze terribili, indigeribili, intollerabili, scatenanti lo stato di bisogno e frustrazione (elementi beta); nell'interazione, la madre le riceve e le "digerisce, le pensa, restituendogli il contenuto trasformato di queste esperienze (elementi alfa) ma anche la capacità di trasformarlo: in questa interazione si viene a costituire la capacità di pensare e il pensiero stesso, ovvero la capacità di pensare i pensieri, intesa come possibilità di creare legami, relazioni, correlazioni (funzione alfa). Nel caso in cui la madre non raccoglie dentro di sè le proiezioni del bambino, verrà ad installarsi all'interno del neonato, in luogo di un oggetto accogliente e comprensivo, un oggetto che sistematicamente fraintende ed è con questo oggetto che il neonato si identificherà, tenendo in considerazione oltretutto che le qualità psichiche di tale oggetto vengono ad essere percepite da una coscienza fragile e prematura. Se nel neonato prevale l'incapacità di sopportare tale stato di frustrazione, l'esito sarà devastante: ciò che avrebbe potuto diventare un pensiero si trasforma in un oggetto cattivo, che è necessario evacuare al fine di annientare uno spazio esterno: "Questo oggetto interno distruttivo - che in origine era un seno esterno che rifiuta di accogliere, elaborare e rendere assimilabile l'intossicante potere dell'emozione - è paradossalmente sentito come un'entità che, in rapporto alla forza dell'Io, viene ad aumentare quelle emozioni contro le quali esso sostenne i suoi attacchi. Questi attacchi alla funzione di legame posseduta dall'emotività fanno sì che, nella parte psicotica della personalità, regnino soprattutto legami contrassegnati da una logica quasi matematica che non propongono mai problemi di natura emotiva. Detto in altre parole, i legami che sopravvivono agli attacchi hanno sempre un carattere perverso, crudele e sterile" (Bion, 1967). L'esito sarà l'impossibilità di pensare i pensieri, laddove lo stesso apparato per pensarli è danneggiato.

Nella fase iniziale della sua malattia, Jean-Do sembra funzionare in modo analogo ad un paziente psicotico, impossibilitato a comunicare, schiavo dell'incapacità di dare senso allo stato di cose, attraversato da impressioni sensoriali ed emotive dolorose e distruttive: rabbia, dolore, invidia, inelaborabili, indigeribili.

La metafora, tuttavia, rivela la sua utilità nei termini delle differenze, più che delle analogie che risultano evidenti rispetto al vissuto apparentemente psicotizzante della sindrome.

Prima di tutto Jean-Do non è psicotico. Il suo funzionamento è comunque possibile ad un altro livello, fin da subito. Non si mostra incapace di tollerare la frustrazione, anche nelle fasi più terribili della sua condizione morbosa. Laddove un paziente psicotico può fare un uso assai limitato, povero, per non dire impossibile, degli stessi elementi, per via del fatto che il suo stesso apparato per pensare i pensieri è danneggiato, Jean-Do non l'ha danneggiato, non l'ha mai avuto danneggiato ed è il suo apparato sano (pur considerando la possibilità di nuclei dolorosi, rimasti indigeriti, della sua personalità) che gli garantirà di risolvere in modo creativo la sua condizione estrema, creando nuovi nessi, associazioni, significati, creando un pensiero per colmare le lacune venutesi a creare con la frustrazione.

In Jean-Do le parole, pur impronunciabili, e le immagini unitamente ai ricordi e alle sue fantasie, accompagnano la sua personale elaborazione del dramma che gli capita: alle prese con l'elaborazione del lutto del corpo precedente, quando non può parlare, quando non è più capace di pronunciare parole e frasi, quando sembra logico che non possa pensare, è tuttavia capace di manipolare parole e pensieri per lavorare in assenza di un oggetto, in totale opposizione con un funzionamento psicotico permeato dall'incapacità di pensare o immaginare una situazione, inevitabilmente portato ad agirla, incapace di sognare, di dare forma e senso agli oggetti che non appaiano concretamente, fisicamente nel mondo della realtà esterna. Utilizza i pensieri per esprimere un problema e utilizza il suo apparato per pensare i pensieri per modificare l'assenza (o le assenze) riconosciuta (Bion, 1965).

Egli non è solo. Sono decisivi, quasi quanto la sua voglia di vivere, le operatrici che si prodigano intorno a lui per ridargli con costanza e pazienza una parvenza di vita e l’affetto della madre dei suoi figli, che passa lunghe giornate con lui, parlandogli come se nulla fosse accaduto. Organi recettori per Jean-Do, seni buoni, accoglienti e comprensivi che lo aiutano a metabolizzare i suoi sentimenti inaccettabili, che accolgono i suoi terrori e glieli restituiscono più tollerabili per la sua mente, nei termini di un modo altro di vivere, di conoscersi, di comunicare: "si tratta della capacità della madre di sviluppare un organo recettore per metabolizzare le informazioni sensoriali coscienti del bambino e trasformarle in elementi alfa, necessari per sviluppare una funzione alfa e un apparato per pensare [...] Il bambino trae beneficio da questa capacità sognante o rêverie della madre, nello stesso modo in cui il latte viene digerito nel canale digerente" (Lopez Corvo, 2006). Pur incapace di deglutire, egli può finalmente mangiare parti di sè fino ad allora non commestibili. Utilizzando un sistema di comunicazione complicato ed estenuante, probabilmente non più degli altri, riesce a superare i problemi tecnici ed emotivi connessi alla resa pubblica della sua coscienza privata: "Il termine esplicitazione vuole unicamente designare l'insieme di operazioni necessarie a trasformare in coscienza pubblica una coscienza privata ed esclusiva all'individuo. I problemi che essa prevede sono di due ordini: tecnici ed emotivi. I problemi di natura emotiva dipendono dal fatto che l'uomo è un animale politico, impossibilitato perciò a manifestare iniziative al di fuori di un gruppo e necessitato ad accompagnare l'appagamento delle proprie tendenze emotive con le loro componenti sociali. Dato però che le sue pulsioni - e non le sole sessuali - sono anche narcisistiche, i problemi emotivi connessi all'esplicitazione si pongono essenzialmente in termini di soluzione d'un conflitto tra narcisismo e societarismo. Quanto ai problemi tecnici, essi riguardano l'espressione, mediante il linguaggio o altri segni, dei pensieri e delle nozioni" (Bion, 1962). Attraverso il battito di ciglia, ci invia le immagini di un mondo subacqueo e paradossalmente inaccessibile senza uno scafandro che ne consenta l'immersione.

In un continuo, se pur altalenante, scambio tra mondo interno e mondo esterno, rilegge le forme esterne nei termini della loro significatività emotiva, processo che gli consente di ridefinire se stesso, il suo ruolo di padre, di figlio e marito. Una sorta di percorso analitico estremo, dove è indispensabile il paziente, un paziente "vivo", un paziente "umano" ed altrettanto indispensabile è un analista capace di rêverie, in grado di ascoltare il paziente, di comprenderlo e di trovare un modo, che sia valido, per decodificare le parole e restituirgliele depurate dall'angoscia e dalla distruttività.

Ora è libero, ora è schiavo. Ora vola, ora annega. Ora riemerge, ora trascina con sè i suoi compagni di viaggio sul fondo dell'oceano sotto il peso del suo scafandro. In un continuo e turbolento movimento tra progressione e regressione, in un'incessante lotta tra le parti psicotiche e non psicotiche della sua personalità, in una continua dialettica tra il mondo interno e quello esterno, nella reciprocità di scambi a volte salvifici con Celine, Henriette, Claude, a volte mortiferi con Inès, avanza nel suo sviluppo e nello sviluppo del suo pensiero. E nella tragicità dell'evento è possibile riscontrare la seconda possibilità che il destino gli ha, pur drammaticamente, offerto: quella di riparare le parti distrutte di sè, della sua funzione di pensiero, di sciogliere i nodi dolorosi della sua esistenza, riscrivendo la sua storia, battito di ciglia dopo battito di ciglia.

Bibliografia

Bauby J.D., Lo scafandro e la farfalla, trad. it. di Benedetta Pagni Frette, Ponte alle Grazie, 1997.

Bion W. (1950), Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Armando, Roma, 1970.

Bion W. (1962), Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1972.

Bion W. (1965), Trasformazioni. Il passaggio dall'apprendimento alla crescita, Armando, Milano, 1973.

Freud S., (1899-1930), L'interpretazione dei sogni, OSF 3.

Freud S., (1922), L'Io e l'Es, OSF 9.

Hartmann H., Implicazioni tecniche della psicologia dell'Io, in Saggi sulla psicologia dell'Io, Bollati Boringhieri, Torino, 1964.

Klein M., Scritti 1921 - 1958, Bollati Boringhieri, Torino, 1990.

Lopez Corvo R.E., Dizionario dell'opera di Wilfred R. Bion, Borla, 2006.

Segal H., Introduzione all'opera di Melanie Klein, Martinelli, Firenze, 1968.

 

Filmografia

Julian Schnabel. Le scaphandre et le papillon (Lo scafandro e la farfalla), Francia, 2007.

Autore dell'articolo

Daniela De Filippis

È Psicologa Clinica e Psicoterapeuta, Socio Associato IIPG, Segretario e Membro del Consiglio Direttivo dell'Associazione Gradiva.

ASSOCIAZIONE GRADIVA

Associazione di ricerca e intervento per l'interazione sociale in Psicologia Clinica e Psicoterapia

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